Il Blog di Che Scuola?!

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10 Set
2026
Perché si Chiama Scuola?

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Perché si Chiama Scuola?

Scuola, una Parola più Grande di Quanto Sembri La parola scuola è una di quelle parole che usiamo ogni giorno senza fermarci davvero a riflettere sul suo significato. Fa parte della nostra vita fin dall’infanzia: la pronunciamo con naturalezza, la colleghiamo a ricordi, emozioni ed esperienze spesso molto diverse tra loro. Se insegniamo, parliamo di scuola quotidianamente; se siamo genitori, accompagniamo i nostri figli a scuola, varchiamo i cancelli per incontrare gli insegnanti, partecipiamo a riunioni e colloqui. La scuola è una presenza costante, quasi scontata, nel nostro vissuto. Eppure, proprio per questa sua familiarità, raramente ci soffermiamo a interrogarci sul suo significato più profondo. Quanti di noi, almeno una volta, si sono chiesti davvero: perché si chiama scuola? Dietro questo termine apparentemente semplice si nasconde in realtà una storia ricca, complessa e per certi versi profondamente paradossale. Oggi la scuola è spesso percepita come un dovere, un obbligo imposto, talvolta persino come una fatica necessaria. Ma all’origine, la sua idea era molto diversa. La scuola nasce come spazio di libertà intellettuale, di pensiero condiviso, di dialogo e di ricerca del senso. Comprendere l’origine e il significato di questa parola significa, in fondo, riflettere su che cosa la scuola dovrebbe essere ancora oggi. L’Etimologia della Parola “Scuola”: il Significato Originario Dal punto di vista etimologico, la parola scuola deriva dal greco scholé, un termine che indicava il tempo libero, l'ozio.Tuttavia, è importante chiarire che non si trattava di ozio nel senso moderno di inattività o pigrizia. Al contrario, scholé era il tempo sottratto al lavoro materiale e produttivo, per essere dedicato alle attività considerate più nobili: lo studio, la riflessione, il dialogo, la filosofia. La scuola, nella sua origine, non era quindi un luogo di costrizione, ma uno spazio privilegiato in cui l’essere umano poteva dedicarsi alla cura della mente.Studiare significava esercitare il pensiero, interrogare la realtà, confrontarsi con gli altri. In questa prospettiva, la conoscenza non era un mezzo utilitaristico, ma un fine in sé. Dal Tempo Libero all’Obbligo: una Trasformazione Culturale Con il passare dei secoli, il significato della scuola ha subito una trasformazione profonda.Da esperienza legata al tempo libero e alla libertà intellettuale, è diventata progressivamente un’istituzione obbligatoria, regolata da programmi, valutazioni e scadenze. Questa trasformazione risponde a esigenze storiche e sociali precise: la necessità di alfabetizzare, di trasmettere competenze comuni, di formare cittadini. Tuttavia, in questo passaggio, qualcosa del significato originario di scholé sembra essersi smarrito. La scuola, da luogo del desiderio di conoscere, è diventata spesso sinonimo di dovere e prestazione. La Scuola Come Istituzione Educativa Nel suo significato più diffuso, la scuola è oggi l’istituzione incaricata di trasmettere conoscenze, competenze e valori fondamentali per la vita individuale e collettiva.Attraverso lo studio delle discipline, la scuola fornisce strumenti per comprendere il mondo e per orientarsi nella complessità della realtà contemporanea. Tuttavia, ridurre la scuola a una semplice trasmissione di contenuti sarebbe limitante. L’educazione non è mai un processo puramente tecnico: è un’esperienza umana, fatta di relazioni, di incontri, di linguaggi e di sguardi. La scuola non insegna solo cosa sapere, ma anche come pensare. La Scuola come Luogo di Formazione dell’Identità Oltre a essere un luogo di apprendimento formale, la scuola è uno spazio decisivo di formazione dell’identità. È qui che bambini e ragazzi iniziano a confrontarsi con l’altro, con regole condivise, con il riconoscimento, a volte anche con il conflittoLa scuola è uno spazio decisivo nella costruzione dell’identità personaleÈ il luogo delle prime relazioni significative fuori dalla famiglia, delle amicizie, dei conflitti, delle scoperte e delle delusioni. Tra i banchi di scuola si sperimentano successi e fallimenti, si costruiscono amicizie, si affrontano difficoltà. A scuola si impara non solo a risolvere problemi matematici, ma anche a stare con gli altri, a confrontarsi, a riconoscere i propri limiti e le proprie potenzialità. È un passaggio fondamentale tra ciò che si è e ciò che si diventerà. "Fare Scuola”: il Significato Simbolico e Culturale Esiste poi un significato più simbolico dell’espressione fare scuola. Dire che qualcuno o qualcosa “fa scuola” significa lasciare un segno, creare un modello, influenzare altri. In questo senso, la scuola non è solo un edificio fisico, ma una tradizione viva, una catena di pensiero e di pratiche educative che si trasmettono nel tempo. Ogni vero educatore, ogni esperienza educativa autentica, contribuisce a “fare scuola”. Tra Scuola Ideale e Scuola Reale La scuola reale, tuttavia, spesso fatica a incarnare fino in fondo il significato più profondo racchiuso nella parola scuola. Invece di coltivare la curiosità naturale degli studenti, non di rado finisce per scoraggiarla; invece di valorizzare le differenze individuali, tende a uniformare percorsi, tempi e risultati; invece di educare al pensiero critico, rischia di premiare la ripetizione meccanica e l’adesione a modelli prestabiliti. Questa distanza tra l’ideale e la realtà non è un semplice difetto del sistema scolastico, ma una tensione strutturale che attraversa da sempre l’idea stessa di scuola. La scuola si trova sospesa tra ciò che dovrebbe essere — uno spazio di libertà, di ricerca e di dialogo — e ciò che, concretamente, riesce a essere all’interno di vincoli istituzionali, programmi, valutazioni e aspettative sociali. È proprio in questa tensione che si manifesta, da un lato, la fragilità della scuola, ma dall’altro anche la sua possibilità di trasformazione. La scuola migliore non è quella che si limita a fornire risposte corrette o nozioni ben organizzate, ma quella che educa a porre domande. Domande che aprono il pensiero, che mettono in discussione certezze acquisite, che stimolano la ricerca personale e il desiderio di comprendere. Educare, in questo senso, non significa riempire, ma attivare; non trasmettere passivamente, ma accompagnare nel processo di scoperta. Recuperare il significato originario di scholé significa forse proprio questo: restituire alla scuola la sua funzione più autentica, quella di essere uno spazio di libertà intellettuale, in cui il sapere non è un peso da sopportare o una prestazione da dimostrare, ma un’occasione per crescere, comprendere il mondo e immaginare il futuro. Scuola Werner Jaeger, Paideia. La formazione dell'uomo greco. Un classico imprescindibile. Jaeger spiega come l'educazione (Paideia) fosse per i greci la realizzazione del potenziale umano e non solo istruzione tecnica. Nuccio Ordine, L'utilità dell'inutile. Un manifesto che difende proprio quei saperi che non servono a "produrre" ma a "formare", richiamando direttamente il significato etimologico della parola scuola. Massimo Recalcati, L'ora di lezione. Per un'erotica dell'insegnamento: Lo psicanalista indaga la crisi della scuola contemporanea, suggerendo che il compito del docente sia trasformare il sapere in un oggetto di desiderio, riavvicinandosi all'eros della scholé greca. Francesca Merlo

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9 Set
2026
Il Peso dei Libri sulle Spalle delle Famiglie e degli Studenti: Quanto Costa Andare a Scuola?

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Il Peso dei Libri sulle Spalle delle Famiglie e degli Studenti: Quanto Costa Andare a Scuola?

Uno Zaino sulle Spalle degli Studenti, una Spesa sulle Spalle delle Famiglie: Settembre il Caro-Libri Riapre una Questione che Riguarda il Diritto allo Studio e il Costo della Scuola Ogni anno, con l'inizio della scuola, per migliaia di famiglie arriva un appuntamento ormai inevitabile: la lista dei libri di testo da acquistare. Il problema non riguarda soltanto il prezzo dei manuali. Sempre più spesso genitori e studenti si trovano davanti a una domanda: perché un libro scolastico deve essere sostituito da una nuova edizione dopo pochi anni? Una nuova copertina, qualche capitolo modificato, esercizi aggiuntivi, contenuti digitali o aggiornamenti apparentemente marginali possono rendere inutilizzabile l'edizione precedente. E quando il libro cambia, il mercato dell'usato diventa molto meno conveniente per le famiglie. Da qui nasce una questione più ampia: il costo dei libri scolastici deve essere necessariamente sostenuto dalle famiglie oppure dovrebbe essere considerato una componente essenziale del diritto all'istruzione? Libri Scolastici e Nuove Edizioni: Perché Cambiano così Spesso? Le nuove edizioni dei libri di testo possono essere motivate da diverse esigenze. In alcuni casi l'aggiornamento è realmente necessario: cambiano programmi, riferimenti normativi, dati scientifici, contenuti disciplinari o strumenti didattici. In altri casi, invece, la distanza tra una vecchia edizione e quella nuova può apparire molto più limitata. Per una famiglia, però, la differenza è concreta: se la scuola adotta una nuova edizione, acquistare un libro usato può diventare impossibile o poco utile, soprattutto quando numeri di pagina, esercizi e materiali digitali non coincidono. Il risultato è che un testo che potrebbe essere ancora utilizzabile dal punto di vista didattico rischia di diventare economicamente “vecchio” molto prima di esserlo realmente sul piano dei contenuti. Quanto Costano i Libri di Scuola alle Famiglie? Il costo della dotazione libraria rappresenta una delle principali spese legate all'inizio dell'anno scolastico, soprattutto nella scuola secondaria. La normativa italiana prevede tetti di spesa per la dotazione libraria nella scuola secondaria di primo e secondo grado. Il Ministero dell'Istruzione e del Merito aggiorna questi importi tenendo conto anche dell'inflazione programmata. Per l'anno scolastico 2026/2027, ad esempio, i tetti sono stati aggiornati rispetto agli anni precedenti. Il tetto di spesa, tuttavia, non significa che i libri siano gratuiti: rappresenta un limite entro il quale deve essere mantenuto il costo complessivo della dotazione libraria. Ed è proprio qui che si apre il dibattito. Tetti di Spesa dei Libri Scolastici: Bastano a Proteggere le Famiglie? I tetti di spesa rappresentano uno strumento per contenere il caro-libri, ma non eliminano il problema. Il decreto ministeriale stabilisce infatti gli importi massimi della dotazione libraria per le diverse classi. Sono previste anche riduzioni del tetto quando vengono adottati determinati formati digitali o misti. Esistono inoltre margini di deroga: eventuali aumenti devono essere motivati e rispettare le condizioni previste dalla normativa. Il punto, però, è che anche una spesa formalmente entro i limiti può essere pesante per un nucleo familiare, soprattutto quando si sommano libri, materiale scolastico, dispositivi digitali, trasporti e altre spese legate alla frequenza scolastica. Chi Paga i Libri Scolastici? La risposta dipende dall'ordine e grado di scuola. Nella scuola primaria, il sistema prevede la gratuità dei libri di testo attraverso le modalità stabilite dai Comuni e dalle Regioni. Nella scuola secondaria di primo e secondo grado, invece, i libri sono generalmente acquistati dalle famiglie, salvo la possibilità di accedere a contributi, agevolazioni o misure di sostegno previste a livello regionale o locale. Questo crea una situazione nella quale il diritto allo studio è formalmente garantito, ma una parte dei costi necessari per esercitarlo rimane a carico delle famiglie. Ma è Giusto che il Costo dei Libri Ricada sulle Famiglie? È questa la domanda che merita una discussione più ampia. Un libro di testo non è un bene acquistato semplicemente per interesse personale. È uno strumento attraverso il quale lo studente segue un percorso didattico deciso dalla scuola. Se l'adozione di un determinato manuale è necessaria per seguire le lezioni, è ragionevole chiedersi se il suo costo debba essere considerato una normale spesa familiare oppure una componente del servizio di istruzione pubblico. La questione diventa ancora più delicata quando la nuova edizione non è indispensabile per un reale cambiamento dei contenuti, ma rende comunque difficile utilizzare il libro di un fratello, di un amico o acquistato sul mercato dell'usato. Nuove Edizioni Ogni Anno: un Problema anche per il Mercato dell'Usato Il mercato dei libri scolastici usati rappresenta da sempre una delle principali strategie delle famiglie per ridurre la spesa. Ma funziona bene soprattutto quando le edizioni rimangono in adozione per più anni. Quando un testo viene sostituito frequentemente, invece, il libro usato perde parte del suo valore. Una famiglia può acquistare un manuale a prezzo ridotto, ma trovarsi l'anno successivo davanti a una nuova edizione che rende quel testo inutilizzabile per il percorso scolastico. Il problema non è quindi soltanto quanto costa un libro nuovo, ma anche quanto rapidamente perde valore quello già acquistato. Le Scuole Possono Scegliere Alternative ai Libri di Testo? Il sistema scolastico non è necessariamente legato in modo assoluto all'acquisto di nuovi libri ogni anno. Le indicazioni ministeriali sull'adozione dei testi prevedono anche la possibilità, in determinate condizioni, di utilizzare strumenti alternativi ai libri di testo. Per l'anno scolastico 2026/2027, il Ministero ha nuovamente richiamato le scuole al rispetto delle procedure di adozione e dei tetti di spesa. Questo apre una prospettiva interessante: la scuola del futuro potrebbe ridurre il peso economico dei libri attraverso materiali digitali, biblioteche scolastiche, comodato d'uso, libri condivisi e risorse didattiche riutilizzabili. Libri Digitali e Contenuti Online Possono Far Risparmiare? La digitalizzazione viene spesso indicata come una possibile soluzione al caro-libri. La normativa stessa prevede una riduzione dei tetti di spesa quando vengono adottate determinate modalità digitali o miste. Per le adozioni disciplinate dal decreto relativo al 2025/2026, ad esempio, il tetto veniva ridotto del 10% per determinate configurazioni miste e del 30% per quelle completamente digitali previste dalla normativa. Ma il digitale, da solo, non risolve necessariamente il problema. Un tablet ha un costo. Anche le licenze digitali possono avere una durata limitata. E non tutte le famiglie dispongono degli stessi strumenti tecnologici. Per questo la vera domanda non dovrebbe essere soltanto “cartaceo o digitale?”, ma “come garantire a tutti gli studenti l'accesso gratuito o sostenibile ai materiali necessari per studiare?” Una Possibile Soluzione: Libri Scolastici in Comodato d'Uso Una delle strade più interessanti è quella del comodato d'uso. In questo modello la scuola, direttamente o attraverso fondi e iniziative territoriali, mette a disposizione degli studenti i libri che vengono poi restituiti al termine dell'anno scolastico. Un singolo libro può quindi essere utilizzato da più studenti nel corso degli anni. È un sistema che potrebbe diventare particolarmente efficace se accompagnato da una maggiore stabilità delle adozioni: più a lungo un testo rimane in uso, maggiore è il numero di studenti che può beneficiarne. Il Vero Problema: la Durata delle Edizioni Forse il punto centrale della discussione non è stabilire se i libri debbano essere pagati dalle famiglie oppure dallo Stato. La domanda potrebbe essere ancora più semplice: Perché un libro scolastico dovrebbe avere una vita così breve? Se un manuale rimane valido dal punto di vista didattico, mantenerlo in adozione per più anni permetterebbe di: favorire il mercato dell'usato; ridurre la spesa delle famiglie; facilitare il passaggio dei libri tra fratelli; rendere più efficace il comodato d'uso; ridurre gli sprechi; diminuire la quantità di libri destinati a essere sostituiti. In altre parole, la stabilità delle adozioni potrebbe essere uno degli strumenti più semplici per contrastare il caro-libri. Chi Dovrebbe Pagare i Libri Scolastici? La risposta non è soltanto economica, ma riguarda il modello di scuola che vogliamo. Se consideriamo i libri uno strumento indispensabile per garantire il diritto allo studio, allora il loro costo non dovrebbe diventare un ostacolo per le famiglie. Questo non significa necessariamente che ogni libro debba essere acquistato e pagato direttamente dallo Stato. Si potrebbe pensare a un sistema più articolato, basato su: gratuità per le famiglie con redditi più bassi; contributi pubblici più omogenei sul territorio nazionale; comodato d'uso; maggiore durata delle adozioni; potenziamento del mercato dell'usato; biblioteche scolastiche con dotazioni librarie condivise; utilizzo di risorse digitali realmente accessibili; maggiore attenzione alla reale necessità delle nuove edizioni. Libri Scolastici: il Problema Non è Solo il Prezzo Il dibattito sul caro-libri non dovrebbe quindi ridursi alla domanda: “Quanto spendono le famiglie?” Bisognerebbe chiedersi anche per quanto tempo un libro rimane utilizzabile, perché viene sostituito e chi sostiene economicamente il costo della sostituzione. La scuola pubblica deve garantire pari opportunità. E se l'accesso ai materiali didattici necessari dipende dalla possibilità economica della famiglia, il rischio è quello di creare una disuguaglianza proprio all'interno del sistema che dovrebbe ridurla. I tetti di spesa sono certamente uno strumento di contenimento, ma il tema rimane aperto. È davvero necessario cambiare così spesso i libri scolastici? E, quando il cambiamento non è indispensabile, perché il costo deve ricadere sulle famiglie? Sono domande che meritano una risposta non soltanto da parte delle scuole e delle famiglie, ma anche del legislatore e del mondo dell'editoria scolastica. Ministero dell'Istruzione e del Merito - Libri di testo Francesca Merlo

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7 Set
2026
Il Modello Organizzativo Finlandese: una Nuova Visione di Scuola Pubblica

Approcci Educativi 6-11 anni 11-13 anni

Il Modello Organizzativo Finlandese: una Nuova Visione di Scuola Pubblica

Un Modello Ispirato alla Scuola Finlandese che Supera l’Orario Frammentato e Mette al Centro gli Studenti, già Sperimentato in Diverse Scuole Italiane Tra pochi giorni, con l’avvio del nuovo anno scolastico, Milano sperimenterà per la prima volta nella scuola pubblica della città il Modello Organizzativo Finlandese (MOF), un approccio educativo di ispirazione scandinava che sta suscitando crescente interesse nel panorama scolastico italiano. Si tratta di una sperimentazione che punta a riorganizzare il tempo scuola, superando l’orario tradizionale “spezzettato” scandito dal cambio continuo delle materie al suono della campanella. Al centro della sperimentazione ci sono gli studenti, i loro ritmi di apprendimento e il loro benessere, con l’obiettivo di costruire una giornata scolastica più distesa, coerente e vicina ai loro bisogni. L’istituto coinvolto è il Comprensivo Simona Giorgi, che entra a far parte della rete nazionale del MOF, nata dall’esperienza capofila di Urbania, guidata dalla dirigente Antonella Accili, ideatrice del MOF e promotrice di sperimentazioni per l’innovazione didattica. Come riportato da molte testate giornalistiche, a settembre prenderanno avvio due classi pilota, una della scuola primaria e una della scuola secondaria di primo grado. Perché si Parla di Modello Organizzativo Finlandese Il Modello Organizzativo Finlandese è un approccio didattico in fase sperimentale che si ispira all’organizzazione delle scuole finlandesi, spesso citate come esempio di equilibrio tra qualità dell’apprendimento, inclusione e benessere degli studenti. Secondo quanto riportato dal sito di Sanoma, realtà leader nel settore educativo che sostiene il progetto, il MOF mira a un insegnamento più dinamico e integrato, orientato allo sviluppo di competenze utili per la vita adulta. Nel modello finlandese: l’orario scolastico non è frammentato in unità brevi e scollegate; le discipline non sono rigidamente separate, ma dialogano all’interno di cornici concettuali comuni; le lezioni frontali lasciano spazio a lavoro cooperativo, attività laboratoriali e apprendimento attivo. L’obiettivo è favorire un apprendimento più profondo e significativo, riducendo il carico cognitivo e lo stress legati alla continua interruzione delle attività. Una Giornata Scolastica più Distesa e di Qualità A illustrare i vantaggi concreti del MOF è Caterina Cassese, referente del progetto per il Comprensivo Simona Giorgi. Le sue parole, riportate, chiariscono il senso della riorganizzazione: “C’è una compattazione oraria che consente tempi di apprendimento più distesi e di qualità, garantendo un sano equilibrio tra apprendimento e tempo libero.” Questa nuova scansione del tempo consente di valorizzare pratiche didattiche già sperimentate con successo: “La giornata scolastica, più armonica e sostenibile, valorizza la didattica laboratoriale, la collaborazione tra pari e l’apprendimento attivo, permettendo agli alunni di costruire conoscenze significative attraverso l’esperienza diretta.” Nel MOF, il processo educativo diventa anche un’esperienza di comunità: “Nel modello finlandese ogni voce conta, è così che l’organizzazione diventa una comunità.” Didattica per Competenze e Superamento della Frammentazione Uno degli aspetti centrali del Modello Organizzativo Finlandese è il superamento della rigida divisione disciplinare. Le materie non scompaiono, ma vengono integrate all’interno di percorsi di apprendimento più ampi, che mettono in relazione saperi diversi. Gli insegnanti progettano e conducono le attività all’interno di una cornice comune di concetti, conoscenze e competenze, favorendo collegamenti, riflessione critica e applicazione pratica. Questo approccio consente di ridurre la frammentazione del sapere e di accompagnare gli studenti in un flusso di apprendimento continuo, più coerente e meno ansiogeno. Formazione dei Docenti e Supporto Scientifico L’introduzione del MOF richiede un lavoro preparatorio significativo, soprattutto sul piano della formazione degli insegnanti. Come spiega la dirigente scolastica Anna Polliani, il progetto nasce da una rete di scuole e da un solido impianto di ricerca educativa: “Abbiamo conosciuto la rete e questa sperimentazione nata dal basso, dalle scuole, attraverso l’università di Milano-Bicocca e la professoressa Elisabetta Nigris.” A sostegno del percorso è stato istituito un comitato scientifico per il supporto pedagogico e didattico, mentre l’università garantisce un monitoraggio costante della sperimentazione. “Sono già stati formati, grazie al sostegno di Sanoma, 50 docenti della nostra scuola”, aggiunge Polliani, sottolineando l’importanza di un accompagnamento professionale continuo. Una Scelta Coerente con l’Identità della Scuola Il Comprensivo Simona Giorgi aveva già intrapreso, negli anni precedenti, un percorso di innovazione didattica, adottando il cosiddetto “metodo Modi”, che ha facilitato l’ingresso nel MOF. Questo ha permesso di lavorare fin da subito sulla verticalizzazione del progetto, coinvolgendo sia la scuola primaria sia la secondaria di primo grado. Caterina Cassese spiega così la scelta: “Abbiamo scelto di introdurre questo metodo perché sposa il credo della nostra scuola: da anni abbiamo abbracciato metodologie di stampo innovativo, dalla didattica laboratoriale alla costruzione attiva di competenze.” E precisa: “È un modello che mette al centro la persona, non la prestazione.” Un Cambio di Visione per la Scuola Pubblica Per i promotori, il Modello Organizzativo Finlandese non rappresenta semplicemente un nuovo assetto orario, ma un vero cambio di paradigma educativo: “In un tempo in cui la scuola è chiamata a reinventarsi, il Modello Organizzativo Finlandese non è solo un progetto: è un cambio di visione. È l’idea che il benessere generi apprendimento, che la collaborazione costruisca comunità.” La dirigente Polliani ha inoltre annunciato che nei prossimi mesi saranno organizzati incontri informativi con le famiglie, per approfondire finalità e modalità del progetto: “Si lavora molto sul protagonismo dell’alunno e si evita la frammentazione del sapere, immergendo i ragazzi in un flusso continuo e diminuendo il livello di ansia e stress provocato dal cambiare sempre materie e dal senso di valutazione permanente.” Una Sperimentazione da Osservare con Attenzione Con 96 scuole aderenti in tutta Italia, il MOF rappresenta una delle sperimentazioni organizzative più interessanti nel dibattito attuale sulla scuola. L’avvio del progetto anche in una grande città come Milano segna un passaggio significativo e offre l’occasione per riflettere su nuovi modi di organizzare il tempo, lo spazio e le relazioni educative. A settembre, al Comprensivo Simona Giorgi, non debutta soltanto un nuovo modello organizzativo, ma una visione di scuola che prova a coniugare qualità dell’apprendimento, benessere e senso di comunità. Un’esperienza che potrà offrire spunti importanti per il futuro dell’educazione pubblica italiana. Francesca Merlo Scuole con modello finlandese: una guida per genitori Webinar “Sperimentazione MOF: viaggio nel Modello Organizzativo Finlandese in Italia” – presentazione con Antonella Accili A Milano la scuola con zero compiti a casa... E niente stress in aula Scuola senza compiti a casa: al via sperimentazione Sanoma Antonella Accili. È ideatrice del MOF e promotrice di sperimentazioni per l’innovazione didattica, è Dirigente scolastico presso l’Istituto Omnicomprensivo Della Rovere a Urbania (PU). È inoltre consulente pedagogico-didattica per la rivista Focus Scuola e saggista per diverse testate, case editrici e agenzie formative. Oggi Antonella Accili porta il MOF in giro per l'Italia, organizzando visiting, parteciando a conferenze, festival e convegni nazionali.

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20 Feb
2026
Tre Anni Senza Inglese: una Mamma Racconta Cosa Succede nella Scuola Pubblica

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Tre Anni Senza Inglese: una Mamma Racconta Cosa Succede nella Scuola Pubblica

Ore di Lingua Inglese Perse e Corsi Extra Sono una mamma di un alunno della scuola secondaria di primo gradoe scrivo per raccontare una situazione che, purtroppo, credo non sia isolata, ma rappresenti una criticità sempre più diffusa nella scuola pubblica. Un Problema che Dura da Anni Da tre anni, nella classe di mio figlio, le ore di inglese vengono sistematicamente saltate. La docente di ruolo è spesso – di fatto quasi sempre – in mutua e, in tutto questo tempo, non si è mai riusciti a garantire una continuità didattica attraverso un supplente stabile. Il risultato è che una materia fondamentale come la lingua inglese, parte integrante dell’obbligo formativo, è rimasta fortemente penalizzata. La Soluzione Proposta: l’Inglese come Attività Extra Negli anni passati, e nuovamente quest’anno, la soluzione individuata dalla scuola è stata l’attivazione di un corso di inglese extracurricolare, da svolgersi nei pomeriggi. Anche quest’anno, a partire dal 20 febbraio, è stato proposto un corso il venerdì pomeriggio, che per i ragazzi significa un terzo rientro settimanale. L’iniziativa, nelle intenzioni, appare sicuramente positiva. Tuttavia, osservando la situazione concreta, emergono alcune criticità. Un Corso per Pochi, a Metà Anno Il corso viene attivato a metà anno scolastico e coinvolge solo una parte della classe: su 24 alunni, soltanto 14 potranno partecipare, mentre 11 allievi  resteranno esclusi. Non per mancanza di interesse, ma per l’oggettiva difficoltà delle famiglie a riorganizzarsi con un rientro pomeridiano aggiuntivo deciso così tardi. Di fatto, si tenta quindi di compensare una carenza strutturale dell’orario scolastico con un’attività facoltativa, extracurricolare e non inclusiva, che coinvolge poco più della metà degli studenti.  Gli altri restano comunque privati di ore di inglese, senza una reale alternativa. Diritto allo Studio o Attività Facoltativa? La domanda che mi pongo – e che vorrei porre apertamente – non nasce da uno spirito polemico, né è rivolta a singole persone. È chiaro che le scelte organizzative non spettano ai genitori. Tuttavia, credo sia legittimo interrogarsi su quale sia il confine tra il diritto allo studio, garantito all’interno dell’orario scolastico obbligatorio, e la sua trasformazione in un’attività extracurricolare, facoltativa e accessibile solo a una parte degli studenti. Può un corso pomeridiano, attivato a metà anno e frequentato solo da alcuni alunni, supplire realmente a una mancanza protratta nel tempo all’interno dell’orario curricolare?  Oppure rischia di normalizzare l’idea che una disciplina fondamentale, come l’inglese nella scuola secondaria di primo grado, possa diventare un “extra”, affidato alla disponibilità organizzativa delle famiglie? Una Domanda Aperta alla Scuola Pubblica Lascio queste riflessioni come una domanda aperta, sia per provare a trovare soluzioni effettive nell’organizzazione scolasticasia come occasione di confronto e di pensiero, rivolta a dirigenti scolastici, insegnanti e a chi, a vario titolo, si occupa di scuola pubblica. Mamma di M. Agata

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30 Gen
2026
Educazione Alimentare o Imposizione? La Regola della Mensa Scolastica che fa Discutere

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Educazione Alimentare o Imposizione? La Regola della Mensa Scolastica che fa Discutere

''Finisci tutto quello che c'è nel piatto, oppure salti l' intervallo ''. Qual è il giusto limite oltre il quale non occorre spingersi affinché l'invito non diventi imposizione? Per la Rubrica La Posta di CheScuola?! oggi pubblichiamo la lettera di una mamma che si interroga sull’approccio corretto da usare all'asilo o a scuola coi bambini che non vogliono mangiare tutto. La Lettera di Lucia "Buongiorno, sono mamma di un bambino di tre anni che frequenta una scuola dell’infanzia pubblica. Mi trovo in difficoltà perché a scuola usano una strategia chiamata “mangio o assaggio”. Il bambino sceglie se mangiare tutto, senza poter lasciare nulla, oppure assaggiare una piccola porzione. Se non finisce, non può andare in giardino con gli altri a fare intervallo. Io trovo tutto ciò una grave forzatura: a tre anni non sempre si può stimare quanto si mangerà, e la “punizione” mi sembra eccessiva. Le maestre mi dicono che molte famiglie sono contente perché così alcuni bambini mangiano verdure. Io questo lo capisco capisco, ma ho l’impressione che, quando un genitore ha un punto di vista diverso, venga ascoltato solo formalmente, senza che questo cambi le scelte della scuola. So che le scuole hanno una direzione e che spesso l’approccio varia da maestra a maestra, soprattutto nel pubblico. Tuttavia, quando si parla di ambiti intimi, come il rapporto col cibo, credo che la scuola debba integrare di più il pensiero della famiglia. Non è solo educazione, è la persona del bambino. Sarebbe importante un dialogo vero. Agli psicologi chiedo: sto esagerando o la mia è una preoccupazione legittima? E in questi casi, come può muoversi una famiglia per trovare un equilibrio con la scuola? Altri genitori si sono trovati in situazioni simili? Cosa ne pensate" Le Domande alla Community di CheScuola?! E tu, che esperienza hai delle strategie che vengono usate a scuola o all'asilo per far mangiare i bambini? -Nei momenti in cui hai avuto una posizione diversa dalla scuola, come hanno reagito le maestre? -Quali strategie vi sembrano più rispettose del bambino quando si parla di alimentazione a scuola? Scrivici la tua opinione scrivici attraverso il link Ecco le Risposte della Community Risposta 1 Gentile mamma, la sua attenzione al benessere di suo figlio è preziosa. È vero che le scuole operano all’interno di cornici organizzative e normative precise, soprattutto per quanto riguarda la gestione della mensa. Tuttavia, ogni strategia educativa dovrebbe essere costantemente monitorata per verificare che tuteli la serenità dei bambini. Come coordinamento pedagogico, riteniamo fondamentale mantenere aperto il dialogo con le famiglie, affinché le pratiche condivise possano integrare, per quanto possibile, le diverse sensibilità educative, soprattutto quando si toccano ambiti così delicati come il rapporto con il cibo. Elisa Marino Coordinatrice Pedagogica – Asilo Onorato Morelli Risposta 2 Gentile mamma, la sua preoccupazione è assolutamente legittima. A tre anni il rapporto con il cibo è parte integrante della costruzione dell’identità e dell’autoregolazione. Strategie che legano il pasto alla perdita di un momento di gioco rischiano di trasformare il cibo in uno strumento di controllo, anziché in un’esperienza di scoperta. L’educazione è efficace quando sostiene la fiducia del bambino nei propri segnali interni di fame e sazietà. In questo senso, il dialogo con la scuola è fondamentale affinché le regole non diventino rigidità eccessive, ma restino al servizio del benessere emotivo. Risposta 3 È comprensibile interrogarsi sulle modalità educative adottate, ma è importante considerare anche il funzionamento delle mense scolastiche pubbliche. Nella maggior parte dei casi i pasti sono forniti da aziende esterne e arrivano già porzionati secondo grammature stabilite dai capitolati. Le scelte sulle quantità non dipendono sempre dalle insegnanti, ma da esigenze legate alla distribuzione, alla sicurezza alimentare e alla gestione del servizio. Questo non elimina la necessità di attenzione al bambino, ma aiuta a comprendere perché, spesso, la flessibilità sulle porzioni sia limitata. Risposta 4 Alcune famiglie riconoscono in queste strategie un tentativo, forse imperfetto, di promuovere abitudini alimentari sane in un contesto collettivo. A scuola il pasto non è solo un momento individuale, ma anche educativo e organizzativo, e richiede regole condivise. La sfida sta nel mantenere un equilibrio: le regole possono sostenere l’apprendimento, ma devono essere continuamente rilette alla luce dell’età dei bambini e delle loro differenze. È su questo confine che il confronto scuola–famiglia diventa essenziale. Risposta 5 Piuttosto che fermarsi al singolo episodio, può essere utile ampliare lo sguardo sul tema dell’alimentazione scolastica. Partecipare agli incontri informativi dedicati, permette di comprendere meglio criteri, vincoli e obiettivi del servizio mensa. Una maggiore conoscenza dei meccanismi che regolano il pasto a scuola può favorire un dialogo più consapevole e costruttivo tra famiglie e istituzione. Risposta 6 Segnaliamo Conferenza a cura del dott. Forcellini Venerdì 30 gennaio — ore 20:30 “Mangiare bene: curare i disturbi alimentari di bambini e ragazzi” Il dott. Forcellini offrirà uno sguardo integrato, capace di unire competenza medica e comprensione profonda dell’essere umano nella sua totalità. Chicco di Grano Pedagogia Steiner Waldorf via Arnaldo da Brescia 22, Torino, Piemonte

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28 Feb
2025
Uso dei Film a Scuola: Le Risposte della Community

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Uso dei Film a Scuola: Le Risposte della Community

La Posta di CheScuola?! La Posta di CheScuola?! nasce per rispondere a dubbi e difficoltà che incontrano alcuni genitori nella relazione con insegnanti e personale educativo. Nella prima lettera prima LETTERA della nostra posta Paola chiede: - È giusto che La Scuola usi film con contenuti emotivamente forti a fini didattici educativi?  - Gli insegnanti dovrebbero avere una formazione specifica per accompagnare gli studenti in queste visioni? - I genitori dovrebbero essere informati prima della proiezione dei film? Ecco le risposte che sono arrivate! Grazia Roncaglia Maestra di Scuola Primaria Io credo che la scuola debba offrire ai bambini canali di apprendimento diversi da quelli a cui sono già esposti a casa, dove spesso manca un filtro sui contenuti digitali. Per questo motivo, ritengo che alcuni film possano essere strumenti educativi preziosi, se scelti con cura e utilizzati con un preciso obiettivo didattico. Ad esempio, in terza mostro Stelle sulla terra, un film che aiuta a comprendere le difficoltà di apprendimento di un bambino dislessico e il valore dell’inclusione. In quinta, propongo un film che tratta il tema del lavoro minorile e delle disuguaglianze sociali, raccontando la storia di un bambino costretto a lavorare in condizioni disumane per aiutare la sua famiglia. Questo film apre anche la possibilità di affrontare argomenti delicati come la pedofilia, sempre con il giusto approccio. Penso che sia importante condividere con le famiglie la scelta di alcuni film, spiegando i temi che si vogliono trattare. Molti genitori, infatti, mi ringraziano perché non sanno come affrontare certe questioni con i propri figli. Ciò non significa, però, che l’uso dei film debba diventare un’abitudine eccessiva o un sostituto della didattica. Ritengo sbagliato basare interamente l’insegnamento su proiezioni, come faceva una vecchia insegnante di mio figlio. Inoltre, bisogna stare attenti ai messaggi che i film trasmettono: ad esempio, La vita è bella contiene un falso storico, facendo credere che furono gli americani a liberare i campi di concentramento, quando in realtà furono i russi. Infine, vedo che spesso i bambini sono esposti a contenuti inappropriati senza controllo, come la serie Squid Game, che anche se non vista direttamente viene discussa e imitata a scuola. Questo dimostra che il vero problema non è la visione di un film con uno scopo educativo, ma la mancanza di un filtro sui contenuti a cui i bambini accedono liberamente. Silvia Spinelli Psicoterapeuta e Formatrice L'uso dei film in classe può essere un'opportunità educativa preziosa, ma richiede equilibrio. Gli insegnanti devono scegliere film adatti all'età degli studenti, informare i genitori e preparare le classi alla visione. È fondamentale aiutare gli studenti a gestire le reazioni emotive, promuovendo la discussione e l'elaborazione, senza proteggere eccessivamente dalla realtà. L'obiettivo è educare e sensibilizzare, creando un ambiente di apprendimento sicuro e stimolante. I miei consigli per genitori e insegnanti potete trovarli in un precedente articolo Martina Fracastoro Prof.ssa di Scuola Secondaria di Secondo Grado La mia opinione personale è che l'uso dei film in classe sia uno strumento didattico prezioso, ma che richieda un'attenta riflessione e una gestione responsabile. Credo fermamente che i film possano trasmettere messaggi potenti e stimolare discussioni significative, soprattutto su temi complessi come l'educazione civica. Tuttavia, sono consapevole dei potenziali rischi e delle sfide che questo approccio comporta. Penso che sia fondamentale che noi insegnanti visioniamo attentamente i film prima di mostrarli in classe, informandoci sulle possibili reazioni che potrebbero suscitare negli studenti. Inoltre, ritengo essenziale preparare gli studenti alla visione, fornendo loro un contesto adeguato e stimolando la loro curiosità. Dopo la visione, è importante dedicare tempo alla discussione e all'elaborazione delle emozioni e delle idee suscitate dal film. Sono convinta che l'uso di estratti mirati possa essere particolarmente efficace, consentendoci di concentrarci su specifici obiettivi didattici. Tuttavia, non escludo la possibilità di mostrare film integrali quando lo ritengo opportuno, soprattutto se il film ha un valore artistico o narrativo significativo. Credo che l'esperienza di andare al cinema con la classe possa essere un'occasione speciale per gli studenti, offrendo loro un'esperienza condivisa e memorabile. Tuttavia, è importante che noi insegnanti prepariamo gli studenti a comportarsi in modo adeguato durante la proiezione. Sono consapevole che le reazioni degli studenti ai film possono variare notevolmente, e che alcune scene o temi potrebbero risultare disturbanti per alcuni di loro. Tuttavia, ritengo che anche le reazioni negative possano essere preziose, offrendo l'opportunità di affrontare temi difficili e di sviluppare la capacità di pensiero critico. Credo che sia utile avere a disposizione risorse e strumenti che ci supportino nella scelta e nell'utilizzo dei film in classe. Una banca dati di film consigliati, simile a quella esistente in Francia, potrebbe essere un valido supporto. Inoltre, ritengo che lo scambio di esperienze e di buone pratiche tra colleghi sia fondamentale per migliorare la nostra capacità di utilizzare i film in modo efficace. In conclusione, sono convinta che l'uso dei film in classe possa arricchire l'esperienza di apprendimento degli studenti, ma che richieda un'attenta pianificazione e una gestione responsabile. Continuerò a utilizzare questo strumento didattico, cercando di bilanciare i benefici e i rischi, e di adattare le mie scelte alle esigenze e alle caratteristiche dei miei studenti. Silvia Di Paola Psicoterapeuta e Psicologa Scolastica Come psicologa ci tengo a ricordare che i contenuti di film e videogiochi sono classificati a seconda delle età proprio perché a seconda della fase di sviluppo in cui si trova il bambino ci sono contenuti adatti ed altri no. Così come non ci sogneremo mai di dare ad un neonato un piatto ci acciughe al verde, dovremmo porre la stessa attenzione sui contenuti a cui li esponiamo in tutto il corso del loro sviluppo. Lavorando nelle scuole mi trovo sempre più spesso a dover constatare come bambini delle scuole primarie vengano esposti in famiglia a contenuti violenti come Mare Fuori o Squid Game. Diverse ricerche, come quella di Albert Bandura nel 1961,  ci mostrano come il comportamento aggressivo dei bambini può essere appreso per imitazione. Bandura e l'apprendimento sociale per imitazione - YouTube LA BAMBOLA BOBO - YouTube La scuola come Ente Educativo dovrebbe avere la stessa attenzione scegliendo con cura i contenuti da fare vedere in classe Scene violente hanno un impatto sullo sviluppo emotivo dei bambini che potrebbero riportare livelli maggiori di timore nei confronti del mondo che li circonda, oppure dimostrare una minore sensibilità nei confronti della sofferenza altrui

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31 Gen
2025
Uso dei Film a Scuola

La posta di che scuola

Uso dei Film a Scuola

La prima lettera nella Rubrica La Posta di CheScuola?! è quella di una mamma che si interroga sull’uso dei film a scuola, specialmente quando trattano argomenti molto forti per i ragazzi. L’uso di strumenti didattici come i film può suscitare dubbi tra i genitori, soprattutto quando le immagini e i temi affrontati risultano particolarmente impattanti per bambini e ragazzi. La lettera di Paola "Mio figlio di 15 anni è tornato da scuola visibilmente turbato dopo aver visto in classe un film proposto dall'insegnate e vietato ai minori, con scene di violenza che lo hanno colpito molto. Il Film visto in classe è Boys Don't Cry nella sua versione integrale. Questo episodio mi ha fatto riflettere su una questione più ampia e cioè l’uso dei film a scopo didattico ed educativo. Proprio questa settimana, in occasione del Giorno della Memoria, so che in molte scuole – anche primarie – vengono proiettati film sulla Shoah, spesso emotivamente forti per i bambini. Come genitore, mi chiedo se gli educatori che scelgono questo mezzo come strumento didattico abbiano chiaro il messaggio educativo che vogliono trasmettere e se siano formati a gestire le emozioni che nascono nei bambini e ragazzi. E' corretto che la scuola utilizzi strumenti emotivamente così impattanti sui bambini e ragazzi? Qual è l'obiettivo educativo di ciò? Ogni soggetto reagisce in maniera diversa di fronte a scene violente o drammatiche, e credo che la famigli debba quantomeno essere informata a priori in maniera tale da decidere come supportare al meglio la sensibilità del proprio figlio. Quando a me è successo di vedere mio figlio turbato per le immagini viste in classe ne ho parlato al consiglio di classe in maniera molto serena sperando in un confronto con insegnati e i genitori ma sono stata giudicata troppo protettiva. Altri genitori si sono trovati in situazioni simili? Cosa ne pensate" Le Domande alla Community di CheScuola?! Cosa ne pensi? È giusto che La Scuola usi film con contenuti emotivamente forti a fini didattici educativi? Gli insegnanti dovrebbero avere una formazione specifica per accompagnare gli studenti in queste visioni? I genitori dovrebbero essere informati prima della proiezione dei film? Ecco alcune delle risposte che ci sono arrivate, Se vuoi aggiungere anche la tua opinione scrivici attraverso Il Link

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29 Gen
2025
Nasce La Posta di CheScuola?!

La posta di che scuola

Nasce La Posta di CheScuola?!

Sempre più genitori si trovano ad affrontare difficoltà nel gestire l'educazione dei propri figli. L'ambiente educativo, che sia l'asilo nido, la scuola o l'associazione sportiva, che dovrebbe essere un porto sicuro per la crescita, si trasforma talvolta in un campo minato di tensioni e incomprensioni, dove le difficoltà dei bambini e ragazzi rimangono spesso senza una risposta adeguata. Dalle difficoltà di apprendimento ai problemi relazionali, le situazioni sono le più disparate e possono influenzare profondamente la serenità dei bambini o dei genitori. Condividere le proprie esperienze è il primo passo per trovare soluzioni. Parlare apertamente delle proprie preoccupazioni con altri genitori, educatori o esperti può essere di grande aiuto alle famiglie. Condividere le proprie storie non solo allevia il senso di solitudine, ma permette anche di acquisire nuove prospettive e strumenti per affrontare le situazioni difficili. Per rispondere a questa esigenza nasce La Posta di CheScuola?! : uno spazio sicuro e accogliente dove i genitori possano condividere le loro esperienze, porre domande e trovare risposte. Ogni settimana, pubblicheremo sul nostro BLOG la lettera di un genitore che ci ha scritto, raccontando le sue preoccupazioni e riportare le sue domande. Perché è importante partecipare a La Posta di CheScuola?! Per ricordarti che non sei on sei sola o solo. Condividere le proprie preoccupazioni aiuta a sentirsi meno sola o solo e a capire che molte altre famiglie affrontano le stesse difficoltà. Per ricevere consigli pratici. Gli esperti che collaborano con noi ti offriranno consigli concreti e strategie per affrontare le difficoltà del tuo bambino. Per avere Supporto dalla Community. Altri genitori ed esperti del settore potranno condividere le loro esperienze e offrirti ulteriori spunti di riflessione. Insieme possiamo costruire una comunità di genitori più forte, informata e serena. La Posta di CheScuola?! è un luogo pensato per imparare gli uni dagli altri. Non solo puoi chiedere il supporto di cui hai bisogno, ma puoi anche contribuire attivamente alla crescita della nostra comunità. Condividendo le tue risorse e le tue esperienze puoi aiutare gli altri genitori a superare le sfide dell'educazione e, allo stesso tempo, ricevere preziosi consigli e spunti di riflessione. Sei un genitore che vuole partecipare a questo confronto? Cosa aspetti? Scrivici usando il seguente Link! La Posta di CheScuola?!

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19 Set
2022
Prime Riunioni di Sezione nelle scuole dell'Infanzia e nel Nidi

La posta di che scuola

Prime Riunioni di Sezione nelle scuole dell'Infanzia e nel Nidi

Riunioni di sezione Nell’articolo di oggi vogliamo fornire agli educatori idee e suggerimenti per rendere le riunioni di sezione più produttive.  Le prime riunioni di sezione sono infatti, al di là dell’ordine di scuola (nido o infanzia), un tema molto importante e sentito, perchè di fatto costituiscono il primo momento di incontro fra personale educativo e genitori nel quale scambiarsi impressioni, domande, ed iniziare ad instaurare un rapporto che durerà alcuni anni. Abbiamo in un precedente articolo discusso di quanta importanza rivesta il patto educativo tra insegnanti e genitori. Ecco alcuni consigli che ci sentiamo di condividere con gli insegnanti e che derivano da una lunga esperienza di supervisore in nidi e scuole dell'infanzia. Disponete le sedie in cerchio: evitare le file di sedie ha più obiettivi e vantaggi; intanto, consente il contatto oculare di tutti i partecipanti, e favorisce l’attenzione e la partecipazione di tutti, mentre chi si trova nelle ultime file potrebbe non sentire bene o distrarsi; in secondo luogo, riporta metaforicamente ad un’idea di alleanza, di tavola rotonda nella quale ogni partecipante ha un ruolo paritario ed ugualmente importante, evita l’impressione di una lezione frontale nella quale i genitori sono fruitori passivi di informazioni; Raccontate da subito come si svolgerà la riunione, quanto durerà e quali saranno i passaggi:  dimostrate che non state improvvisando ma che avete uno schema, è garanzia di professionalità; Prevedete un tempo per le domande: le domande potrebbero essere raccolte in un contenitore nel quale inserire bigliettini anonimi; l’anonimato favorisce l’esposizione di domande anche ‘scomode’, relative a questioni delicate, che è meglio snodare subito per evitare che eventuali non detti procurino problemi nel prosieguo del percorso; Non date nulla per scontato: per chi lavora all’interno di una struttura educativa, il funzionamento della giornata, le routines, sono cose ben note; ma spesso i genitori non conoscono lo svolgimento della giornata, non ne sanno i passaggi, e questo alimenta in loro la fantasia di un luogo ‘inaccissibile’ nel quale non hanno controllo di ciò che accade al loro bambino;  Se durante la riunione avete previsto l'uso di una presentazione non utilizzate slides con elenchi puntati poichè l’attenzione su un elenco puntato è estremamente bassa: se ci sono informazioni importanti da trasferire è preferibile fornire lo stesso elenco in mano, in un foglio di carta stampato; utilizzate slides con immagini-stimolo poichè un’ immagine cattura l’attenzione, viene memorizzata più facilmente, e può servire da punto di partenza per fare domande o proporre riflessioni; Siate pratici, ma non troppo: la prima riunione di sezione è un momento prezioso in quanto spesso sono presenti quasi tutti i genitori, è un’occasione per trasmettere concetti organizzativi ma anche per confrontarsi sull’idea di bambino ed iniziare ad instaurare l’alleanza educativa; Se possibile, organizzate un gioco: giocare mette in campo i genitori in prima persona e trasmette l’idea di un luogo nel quale l’apprendimento viene sempre veicolato sotto forma ludica; ridere e divertirsi favorisce la memorizzazione dei concetti ed è fondamentale per la creazione di quel rapporto umano che è la base dell’alleanza educativa; Non siate giudicanti: educare è il contrario di giudicare; ogni famiglia ha le sue difficoltà e le sue caratteristiche peculiari: essere professioniste della cura non significa imporre il giusto e lo sbagliato ma condividere obiettivi di sviluppo realistici, tarati sul singolo bambino e sulla singola famiglia (ciò che è un obiettivo da raggiungere per alcuni, potrebbe essere qualcosa di già consolidato per altri), e strategie per realizzarli; Siate professionali: un’educatrice o un’insegnante non è solo ‘una persona carina’ che bada ai bambini, ma una professionista con un background formativo solido; adottate atteggiamenti amichevoli ma non troppo confidenziali, se c’è la possibilità fate riferimento a semplici costrutti teorici (un concetto chiave da condividere con i genitori: la zona di sviluppo prossimale di Vygotskij se vi viene chiesto di esprimervi rispetto a pratiche educative non basatevi sul “secondo me” ma rispondete con cognizione di causa, facendo riferimento alla vostra esperienza ma anche a costrutti teorici o scientifici evidenti (neuroscienze e teoria dell’attaccamento in primis); Concludete la riunione con un riepilogo delle cose fatte e, se possibile, con qualcosa da portare a casa: poter avere un oggetto, un bigliettino, un decalogo o qualsiasi cosa da portare a casa alimenta la sensazione piacevole di un luogo nel quale accadono cose belle e dal quale ci si congeda ‘portando con sè qualcosa’. Silvia Spinelli - Psicoterapeuta e formatrice

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4 Apr
2022
Il patto educativo Oggi

La posta di che scuola

Il patto educativo Oggi

Quando è nata l’idea del portale-web “Che Scuola ?!, ”  dedicato ai servizi socio-educativi, ci siamo chiesti come la tecnologia potesse aiutare scuole e famiglie a saldare il patto educativo al giorno d’oggi.  Da un’indagine che abbiamo effettuato, su un campione di circa 150 genitori e 20 dirigenti scolastici di Torino, è emerso un dato che, purtroppo, non ci ha stupito: il 56% degli intervistati, segnala come difficoltà primaria la cattiva o mancata comunicazione e collaborazione fra scuola e famiglia. Le interviste parlano di: ingerenze percepite come giudicanti da entrambe le parti, sfiducia, addirittura comportamenti di negazione e menzogna, aggressività verbale o fisica. Nonostante anche il MIUR si sia espresso attraverso interventi legislativi a favore di questo  patto-educativo le difficoltà relazionali tra il personale scolastico e i genitori non migliorano col tempo.  Perché la relazione scuola-famiglia è in crisi? Abbiamo posto la domanda alla Dott.ssa Silvia Spinelli, psicoterapeuta esperta in consulenze genitoriali su temi educativi, che da anni svolge formazione e coordinamento pedagogico e supervisione di nidi in Torino e Provincia. ‘’ Dott.ssa Spinelli cosa è successo alla relazione scuola-famiglia? Come è possibile spiegare il drastico cambio di rotta avvenuto negli ultimi decenni? << Proviamo a raccontarvelo con una storia. C’era una volta un bambino (o una bambina!) degli anni settanta. Figlio di una mentalità educativa piuttosto rigida, nella quale si distinguevano chiaramente i ruoli adulto/bambino, insegnante/allievo. Figlio di un tempo in cui i bambini si “baciano mentre dormono”, in cui si utilizzavano metodi correttivi anche basati su costrizione e dolore fisico, figlio di un tempo in cui l’autorità non si poteva mettere in crisi. Figlio del “perché lo dico io”. In quel tempo l’alleanza educativa era certo più facile, quasi scontata, i genitori in quanto team adulti si schieravano direttamente con gli insegnanti, a priori, spesso senza sentire ragioni. Il bambino era un essere umano incompleto, un uomo in divenire, e, come tale, aveva pochi diritti, poco potere di parola, doveva diventare grande per acquisire dei privilegi. Inoltre, la peculiarità delle comunicazioni 1.0 lo obbligava a tempi d’attesa, gestione della frustrazione: riuscire a fare una semplice telefonata con esito positivo era più difficile che vincere al totocalcio (ricordate il duplex?), si giocava in cortile dove si poteva essere sgridati da un adulto del palazzo a caso, occorreva attendere sempre: attendere il proprio turno all’altalena (senza genitori-vigili urbani, che regolavano il traffico di bambini), attendere in coda al telefono a gettoni, attendere la risposta ad una lettera, ad una cartolina. I cartoni animati raccontavano storie di sudore, fatica, impegno, sacrifici, (anche sangue!), per arrivare ad obiettivi alti, ambiziosi. Probabilmente tutto ciò era un po’ esagerato, e come sempre, gli eccessi hanno generato un movimento di ritorno, uno yo-yo di protesta, una controtendenza. Oggi, infatti, il panorama educativo è molto differente. I cartoni animati sono per la maggior parte non-violenti e politicamente corretti: Peppa Pig non si allena per vincere i mondiali di pallavolo, ma si rotola nel fango sporcando mezza casa, e il padre se ne fa grasse risate, altro che metodi correttivi degli allenatori da incubo dei cartoni anni ottanta. I bambini vengono (fortunatamente!) ascoltati nei loro bisogni, tenuti in considerazione, molte cose sono cambiate dal punto di vista legislativo ma anche sociale, ci sono maggiori tutele; le gerarchie sono meno rigide, più fluide, più sfumate; sta scomparendo l’utilizzo del lei, e il “tu” detto senza distinzione di età o di ruolo, ci fa capire che siamo tutti sullo stesso piano. L’autorità è stata messa in crisi, criticata, discussa nei suoi aspetti peggiori, ma forse in questa legittima critica ce ne siamo persi il lato buono. Le comunicazioni 2.0 hanno fatto il resto, abituando i nostri bambini (nativi digitali) ad un soddisfacimento immediato degli impulsi, alla velocità, al “tutto e subito e con poca fatica”. I genitori (immigrati digitali), tentano oggi di recuperare terreno, acquisendo più dati possibile, ponendosi come interlocutori informati, consapevoli, a volte confusi rispetto alle contraddizioni nelle quali è facile imbattersi, ed alleandosi con i figli per proteggerli da eventuali crisi o difficoltà. Volendo generalizzare, si è passati da uno stile educativo eccessivamente autoritario, ad uno stile forse eccessivamente iperprotettivo; non è compito nostro definire quale dei due stili e dei due periodi storici fosse il migliore, poichè entrambi hanno lati positivi e risvolti negativi; ci preme però sottolineare che la scuola risente di questo cambiamento epocale, poiché spesso affronta bambini e famiglie, che hanno oggi esigenze completamente nuove, con strumenti appartenenti ad un’epoca precedente: strumenti che infatti si rivelano solo parzialmente efficaci, generando un senso di frustrazione e di mancanza di alleanza in entrambe le parti: scuola e famiglia. Un patto educativo incrinato non tutela nessuno, non fa star bene; un patto educativo incrinato crea ambivalenza, confonde i bambini; un patto educativo incrinato fa si che ciascuno si arrocchi nelle sue idee ritenendole migliori e mettendosi in competizione, spostando così il focus dal vero destinatario del patto, ovvero il bambino. Bambino che, come la warm cognition ci insegna, per apprendere sfruttando al meglio il proprio potenziale intellettivo ha necessità di un ambiente emotivamente sereno, sicuro, con figure di riferimento solide ed autorevoli, non in contraddizione fra loro. Appare quindi cruciale e di prioritaria importanza, investire risorse, tempo e pensiero nella costruzione di questa alleanza, poiché è il mattone sul quale edificare; sono le fondamenta di una casa che deve essere necessariamente co-costruita, per non perdere l’obiettivo primario dell’istituzione scolastica che non è solo l’immissione di nozioni e contenuti, ma è la formazione del bambino e del ragazzo a trecentosessanta gradi, come essere pensante, etico, collaborativo. Dott.ssa Silvia Spinelli  

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