20 Febbraio 2026

Sono una mamma di un alunno della scuola secondaria di primo gradoe scrivo per raccontare una situazione che, purtroppo, credo non sia isolata, ma rappresenti una criticità sempre più diffusa nella scuola pubblica.
Da tre anni, nella classe di mio figlio, le ore di inglese vengono sistematicamente saltate. La docente di ruolo è spesso – di fatto quasi sempre – in mutua e, in tutto questo tempo, non si è mai riusciti a garantire una continuità didattica attraverso un supplente stabile.
Il risultato è che una materia fondamentale come la lingua inglese, parte integrante dell’obbligo formativo, è rimasta fortemente penalizzata.

Negli anni passati, e nuovamente quest’anno, la soluzione individuata dalla scuola è stata l’attivazione di un corso di inglese extracurricolare, da svolgersi nei pomeriggi.
Anche quest’anno, a partire dal 20 febbraio, è stato proposto un corso il venerdì pomeriggio, che per i ragazzi significa un terzo rientro settimanale.
L’iniziativa, nelle intenzioni, appare sicuramente positiva. Tuttavia, osservando la situazione concreta, emergono alcune criticità.
Il corso viene attivato a metà anno scolastico e coinvolge solo una parte della classe: su 24 alunni, soltanto 14 potranno partecipare, mentre 11 allievi resteranno esclusi. Non per mancanza di interesse, ma per l’oggettiva difficoltà delle famiglie a riorganizzarsi con un rientro pomeridiano aggiuntivo deciso così tardi.
Di fatto, si tenta quindi di compensare una carenza strutturale dell’orario scolastico con un’attività facoltativa, extracurricolare e non inclusiva, che coinvolge poco più della metà degli studenti. Gli altri restano comunque privati di ore di inglese, senza una reale alternativa.

La domanda che mi pongo – e che vorrei porre apertamente – non nasce da uno spirito polemico, né è rivolta a singole persone. È chiaro che le scelte organizzative non spettano ai genitori.
Tuttavia, credo sia legittimo interrogarsi su quale sia il confine tra il diritto allo studio, garantito all’interno dell’orario scolastico obbligatorio, e la sua trasformazione in un’attività extracurricolare, facoltativa e accessibile solo a una parte degli studenti.
Può un corso pomeridiano, attivato a metà anno e frequentato solo da alcuni alunni, supplire realmente a una mancanza protratta nel tempo all’interno dell’orario curricolare?
Oppure rischia di normalizzare l’idea che una disciplina fondamentale, come l’inglese nella scuola secondaria di primo grado, possa diventare un “extra”, affidato alla disponibilità organizzativa delle famiglie?

Lascio queste riflessioni come una domanda aperta, sia per provare a trovare soluzioni effettive nell’organizzazione scolasticasia come occasione di confronto e di pensiero, rivolta a dirigenti scolastici, insegnanti e a chi, a vario titolo, si occupa di scuola pubblica.
Mamma di M. Agata
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