29 Marzo 2026

Negli ultimi giorni la cronaca ha riportato nuovi casi di maltrattamento in nidi e scuole dell’infanzia. E, come accade ormai da anni, la risposta più immediata è sempre la stessa:
“Mettiamo le telecamere.”
È una reazione comprensibile. Davanti alla paura, la richiesta di controllo rassicura. Davanti all’indignazione, la tecnologia sembra offrire una soluzione concreta.
Ma siamo sicuri che più controllo significhi più tutela?

Quando qualcosa di grave accade in un luogo che dovrebbe essere sicuro, la fiducia si incrina. E quando la fiducia si incrina, il controllo diventa la risposta più semplice.
Le telecamere rispondono a un bisogno profondo:
In altre parole: non fidarsi più, ma controllare. Il problema è che il controllo interviene dopo. La fiducia, invece, si costruisce prima.

Le telecamere documentano. Non prevengono.
Anche il cosiddetto DDL Telecamere, presentato negli anni scorsi, prevedeva un sistema di registrazione criptata visionabile solo dall’autorità giudiziaria e solo a seguito di denuncia. Ma la denuncia arriva quando il danno è già avvenuto. Quando un bambino mostra segnali di disagio. Quando una famiglia percepisce un cambiamento. Quando qualcosa si è già rotto.
La videosorveglianza può accelerare le indagini. Può facilitare l’individuazione delle responsabilità. Può sostenere l’azione giudiziaria.
Ma non impedisce che quel gesto accada.
C’è un’idea diffusa: “Se sanno di essere ripresi, non lo faranno.”
È un’idea rassicurante. Ma parziale. Alcuni comportamenti nascono da intenzioni consapevolmente aggressive. Altri comportamenti spesso emergono da:
In molti casi, chi maltratta non percepisce il proprio comportamento come abuso. Lo vive come metodo, come disciplina, come unica risposta possibile.
Quando un comportamento è interiorizzato come “normale”, la presenza di una telecamera non è un argine sufficiente. Il controllo esterno non sostituisce la consapevolezza interna.

La vera domanda allora non è: quante telecamere servono? Ma: che cultura educativa stiamo costruendo?
Una scuola fondata sulla sorveglianza permanente rischia di trasformarsi in uno spazio dove:
La tutela dei bambini non può poggiare solo su un occhio elettronico. Ha bisogno di adulti formati, supervisionati, accompagnati.
Se vogliamo davvero prevenire i maltrattamenti nei nidi e nelle scuole dell’infanzia, dobbiamo investire e intervenire su:
La prevenzione non è una telecamera sul soffitto. È un sistema che funziona, che intercetta quando qualcosa sta cedendo, che è pronto a supportare prima che qualcosa si rompa.

Possiamo costruire sistemi fatti di:
Tutto necessario. Tutto importante. Ma nessuno di questi elementi intercetta la radice del problema se manca qualcosa di più profondo: la capacità dell’adulto di ascoltarsi.
Perché molti gesti violenti non nascono da un piano lucido. Nascono da:
Quando un adulto non ha strumenti per leggere ciò che accade dentro di sé, reagisce. E la reazione, in un contesto educativo, può diventare abuso.

Una telecamera controlla il comportamento. L’ascolto profondo intercetta l’impulso prima che diventi azione. Ma l’ascolto non si improvvisa. Non si attiva perché esiste una norma. Non si genera perché qualcuno teme di essere ripreso. Si costruisce, piano, piano. Richiede rigore e attenzione. Richiede presenza.
E spesso è proprio questo che manca nei contesti educativi: spazi strutturati in cui l’adulto possa fermarsi e sentire:
Senza questo livello di consapevolezza, il controllo resta superficiale.
La violenza non esplode all’improvviso. È quasi sempre una catena di micro-fratture non ascoltate:
Quando un sistema valorizza solo la performance e l’efficienza, l’adulto non è autorizzato a dire “non ce la faccio”. E quando non può dirlo, è agito.
L’ascolto profondo di sé diventa allora una forma di prevenzione primaria. Silenziosa. Invisibile. Ma radicale.

Le telecamere possono essere uno strumento utile. Possono aiutare la giustizia. Possono accelerare le indagini.
Ma non possiamo illuderci che siano la soluzione. Se davvero vogliamo proteggere i bambini, dobbiamo smettere di chiederci come registrare l’abuso e iniziare a chiederci come impedirlo. Perché la vera tutela non è vedere cosa è successo.
È fare in modo che non succeda.
Francesca Merlo
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