6 Febbraio 2026

Nelle società occidentali contemporanee la solitudine è spesso guardata con sospetto, soprattutto quando riguarda i bambini.
Un bambino che gioca da solo, che si ritira in silenzio nella propria stanza o che non cerca continuamente la compagnia degli altri viene facilmente interpretato come triste, isolato o bisognoso di stimoli.
Eppure, la ricerca psicologica e l’osservazione antropologica raccontano una storia diversa: la capacità di stare soli non è un segnale di disagio, ma una competenza fondamentale per lo sviluppo emotivo, cognitivo e relazionale.
Negli ultimi decenni, il tempo che i bambini trascorrono da soli si è progressivamente ridotto.
Il fenomeno è comune a molti paesi occidentali ed è stato spesso messo in relazione con un modello educativo che privilegia la supervisione costante, la programmazione scrupolosa delle attività e una presenza adulta continua.
Questo stile di genitorialità, talvolta definito “iperprotettivo”, nasce da intenzioni comprensibili: proteggere i bambini, offrirgli opportunità, ridurre i rischi. Tuttavia, come spesso accade, una buona intenzione può produrre effetti collaterali inattesi.
La psicologia dello sviluppo descrive da tempo l’esperienza della solitudine come fondamentale.
È nei momenti in cui il bambino non è osservato, guidato o stimolato dall’esterno che impara a organizzare il proprio tempo, a tollerare la frustrazione, a concentrarsi e a dare forma ai propri pensieri.
Stare soli non significa essere abbandonati, ma avere uno spazio protetto in cui sperimentare se stessi.
A partire dai cinque o sei anni, anche in base ai caratteri e alle abitudini individuali, molti bambini cercano spontaneamente momenti di ritiro dopo attività impegnative: disegnano, leggono, costruiscono mondi immaginari o si dedicano ad attività solitarie.
Spesso lo fanno per elaborare emozioni difficili da gestire. Succede, per esempio, dopo un rimprovero: il bambino corre a chiudersi in camera.
In quel silenzio apparentemente vuoto accade molto. Il bambino ripercorre l’evento, lo rielabora, mette in scena l’accaduto attraverso il gioco simbolico o si chiude in se stesso per concentrarsi. Questi processi sono essenziali per lo sviluppo dell’autonomia emotiva e per imparare dai propri errori.

Per molti bambini, lo spazio che riescono a ritagliarsi da soli non coincide più con quello interno, quello della riflessione e della libera immaginazione. Spesso il momento “da soli” coincide con l’uso di dispositivi digitali, giochi o video, che catturano l’attenzione ma non permettono di abitare davvero il proprio spazio interiore.
In questi casi, la solitudine diventa apparente, virtuale: il bambino è fisicamente solo, ma la sua mente è costantemente stimolata, orientata verso input esterni e connessioni con altri.
È una solitudine che non genera riflessione, autonomia emotiva o capacità di concentrarsi senza interferenze.
In altre parole, lo spazio che avrebbe potuto essere interiore e creativo rischia di essere occupato da stimoli esterni, facendo svanire il significato stesso del concetto di solitudine.

Un aspetto spesso trascurato in questo dibattito riguarda la progressiva scomparsa degli spazi comuni informali.
Per generazioni, il cortile di casa, il pianerottolo, la strada sotto casa o la piazza del quartiere non erano solo luoghi di passaggio, ma spazi vissuti.
Il cortile, pur servendo anche alle automobili, era soprattutto il luogo in cui i bambini si ritrovavano per giocare, incontrarsi, litigare e fare pace, senza la mediazione costante degli adulti.
Erano spazi ambigui, non progettati specificamente per l’infanzia, ed è proprio questa ambiguità che li rendeva preziosi.
I bambini imparavano a negoziare le regole, a risolvere conflitti, a organizzare il gioco, a gestire la presenza e l’assenza degli altri.
Stavano “insieme da soli”: visibili ma non sorvegliati, liberi ma non isolati. La progressiva regolamentazione degli spazi urbani, la separazione rigida tra aree per adulti e aree per bambini e la crescente centralità dell’automobile hanno ridotto drasticamente queste possibilità. Con la scomparsa dei cortili come luoghi di vita quotidiana, non si è perso solo uno spazio fisico, ma anche una forma di autonomia relazionale che difficilmente può essere sostituita da ambienti strutturati o costantemente supervisionati.

Per gran parte della storia dell’umanità, i bambini hanno avuto molte opportunità di trascorrere parti delle giornate da soli o con i loro coetanei, lontano dagli adulti.
In molte società, fin dalla prima infanzia, esplorare l’ambiente, annoiarsi, imitare le attività degli adulti e sperimentare il rischio faceva parte della quotidianità. La noia stessa rappresentava uno spazio interiore fertile: un tempo vuoto che costringeva il bambino a inventare, immaginare, adattarsi.
Nelle società industrializzate, soprattutto a partire dalla seconda metà del Novecento, questa possibilità si è progressivamente ridotta. La crescente percezione dei bambini come soggetti vulnerabili, l’amplificazione delle notizie legate a pericoli reali o percepiti e una maggiore consapevolezza dell’importanza delle esperienze precoci hanno portato a una supervisione sempre più intensa.
È importante distinguere tra solitudine e isolamento. L’isolamento è una condizione subita, spesso associata a sofferenza e mancanza di relazioni significative. La solitudine, invece, è una possibilità: uno spazio interno ed esterno in cui il bambino può incontrare se stesso.
Paradossalmente, chi non impara a stare solo da piccolo rischia di diventare un adulto incapace di tollerare il silenzio, la noia o l’assenza dell’altro.
Educare alla solitudine significa quindi educare anche alla relazione. Solo chi sa stare con se stesso può davvero incontrare gli altri senza dipenderne.

Favorire momenti di solitudine non significa disinteressarsi dei bambini o lasciarli senza riferimenti.
Significa creare contesti sicuri in cui possano sperimentare l’autonomia: tempi non strutturati, spazi non interamente regolati, momenti in cui non è necessario riempire ogni vuoto.
Richiede anche un cambiamento di sguardo da parte degli adulti: vedere la noia, il silenzio o il gioco solitario non come problemi da risolvere, ma come processi da rispettare.
In una realtà sempre più affollata di stimoli e presenze, la solitudine diventa una competenza rara e preziosa.
Coltivarla fin dall’infanzia significa offrire ai bambini qualcosa che li accompagnerà per tutta la vita: la capacità di abitare il proprio spazio interiore.
I Pilastri della Psicologia e Pedagogia
Donald W. Winnicott, Sviluppo affettivo e ambiente
È il testo di riferimento assoluto. In particolare, il saggio "La capacità di essere solo" spiega come il bambino impari a stare solo in presenza della madre (o di chi si cura di lui), sentendosi sicuro abbastanza da esplorare il proprio mondo interno senza la necessità di interagire costantemente.
Maria Montessori, La scoperta del bambino
Montessori è stata una delle prime a sottolineare l'importanza della concentrazione solitaria. Quando un bambino è assorto in un compito, l'adulto non deve intervenire. Per lei, il "segreto dell'infanzia" risiede proprio in quei momenti di lavoro autonomo e silenzioso.
James Hillman, Il codice dell'anima
Hillman parla della necessità del "ritiro" e del valore della solitudine per permettere al daimon (il talento o la vocazione innata) di emergere senza le interferenze del rumore sociale.
Noia, Creatività e Spazio Interiore
Teresa Belton, Happier People Healthier Planet
La Belton ha studiato a fondo il legame tra noia e creatività. Sostiene che la noia sia la "soglia" necessaria affinché il bambino attivi le proprie risorse immaginative.
Adam Phillips, Sull'essere annoiati
Uno psicoanalista contemporaneo che esplora come la noia sia una fase vitale della crescita, un tempo d'attesa che permette di scoprire cosa si desidera veramente, anziché limitarsi a reagire agli stimoli esterni.
Sociologia e Spazi Urbani (Il Cortile Scomparso)
Francesco Tonucci (Frato), La città dei bambini
Tonucci è il principale sostenitore della necessità di restituire ai bambini l'autonomia di movimento nelle città. Spiega perfettamente come la sorveglianza totale degli adulti soffochi la capacità dei bambini di gestire conflitti e rischi.
Colin Ward, Il bambino e la città
Un classico della sociologia urbana che analizza come i bambini usano (o usavano) gli spazi comuni in modo creativo e informale, proprio come descrivi nel tuo paragrafo sui cortili.
Letture Contemporanee
Sherry Turkle, Insieme ma soli
Anche se focalizzato sulla tecnologia, il libro spiega brillantemente come la perdita della capacità di stare soli comprometta la nostra capacità di entrare in empatia con gli altri. Se non sappiamo stare da soli, usiamo gli altri come "pezzi di ricambio" per colmare i nostri vuoti.
Un pedagogista italiano molto attivo che propone un modello educativo basato sulla "giusta distanza" dell'adulto, per permettere al bambino di fare esperienza del limite e dell'autonomia. Educare gli adolescenti con la giusta distanza: "Mollami!", il nuovo libro di Daniele Novara
Psicologo Psicoterapeuta
La noia: funzioni, conseguenze e psicopatologia di un’emozione sottovalutata
Francesca Merlo
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