7 Maggio 2026

“Gli esercizi di pregrafismo faranno sentire tuo figlio più sicuro.”
È una frase che suona rassicurante, quasi necessaria. Parla a qualcosa di profondo: il desiderio, legittimo, di accompagnare i bambini verso la scuola senza difficoltà, senza inciampi, senza fatica inutile. Ma dentro questa promessa si nasconde un messaggio implicito che merita attenzione: se non lo fa, sarà meno pronto. Se non lo fa, sarà meno sicuro. Se non lo fa, rischierà di rimanere indietro.
Ed è proprio qui che nasce la domanda più importante: la sicurezza si costruisce davvero su un quaderno di pre-grafismo?
Negli ultimi anni si è diffusa una tendenza sempre più marcata ad anticipare gli apprendimenti. Si cerca di portare nella scuola dell’infanzia ciò che appartiene alla primaria, nella primaria ciò che appartiene alle medie, e così via, in una corsa continua verso il “prima”. Ma preparare non significa questo.
Preparare significa costruire le basi, non replicare in anticipo il livello successivo. Significa offrire ai bambini esperienze che nutrono le competenze necessarie, rispettando i loro tempi di sviluppo. Quando invece anticipiamo, rischiamo di chiedere prestazioni senza aver costruito le fondamenta che le sostengano.
E senza fondamenta solide, anche ciò che apparentemente funziona, nel tempo mostrerà le sue fragilità.

Il pre-grafismo, in sé, non è il problema. Può essere uno strumento utile, se inserito in un percorso coerente e rispettoso dello sviluppo del bambino. Ma ciò che spesso accade è che venga utilizzato in modo standardizzato, ripetitivo, orientato al risultato più che al processo.
Pagine da completare, tratto preciso richiesto troppo presto, lettere piccole quando il gesto non è ancora maturo.
In questi contesti, il rischio non è preparare alla scrittura, ma automatizzare movimenti scorretti.
Si lavora sul segno finale, senza aver costruito ciò che lo rende possibile.
E allora vale la pena chiedersi: stiamo davvero preparando o stiamo solo chiedendo una prestazione anticipata?
C’è un punto che spesso viene dimenticato: la scrittura non nasce sul foglio. Inizia molto prima.
Inizia nel corpo che si muove, nelle mani che manipolano, nelle esperienze che costruiscono coordinazione, forza, controllo. Inizia nel linguaggio, nell’ascolto, nella capacità di organizzare il pensiero.
Inizia nella relazione, nella sicurezza emotiva che permette al bambino di provare senza paura di sbagliare.
Quando queste basi sono presenti, il passaggio al foglio diventa naturale.
Quando mancano, anche molte schede compilate non bastano a colmare il divario.
La sicurezza di un bambino non nasce dal “saper già fare” qualcosa che verrà richiesto dopo. Nasce dalla percezione di essere competente nel proprio tempo.
Un bambino si sente sicuro quando:
Se invece il contesto comunica costantemente che bisogna essere pronti prima, che c’è qualcosa da raggiungere il più velocemente possibile, il rischio è che la sicurezza lasci spazio alla pressione.
E la pressione, nel lungo periodo, non sostiene l’apprendimento.

Chiedere a un bambino di scrivere lettere piccole e precise quando il suo sistema motorio non è ancora maturo significa metterlo in difficoltà. Non perché non sia capace, ma perché non è ancora il momento giusto.
Il gesto grafico richiede:
Se queste competenze non sono consolidate, il bambino troverà strategie compensative. E queste strategie, se ripetute, diventano abitudini difficili da modificare.
Forse, prima di chiederci perché ci sono così tante difficoltà nella scrittura, dovremmo chiederci se le richieste sono davvero coerenti con lo sviluppo.
Quando si anticipa un passaggio, spesso si innesca una catena: si arriva alla primaria “già pronti”, quindi si accelera; si arriva alle medie con nuove aspettative, quindi si accelera ancora. E così via.
Ma a quale scopo?
Se l’apprendimento diventa una sequenza di obiettivi da raggiungere sempre più velocemente, si rischia di perdere qualcosa di essenziale: il senso. Il piacere di capire, di scoprire, di costruire conoscenza.
Molti ragazzi, crescendo, non studiano più per interesse, ma per togliersi un peso. Per ottenere un voto. Per andare avanti. Non perché abbiano trovato un significato in ciò che fanno.
E questo dovrebbe farci riflettere.
Mettere in discussione certe pratiche non significa tornare indietro, ma scegliere con maggiore consapevolezza. Significa chiedersi ogni giorno: ciò che sto proponendo serve davvero al bambino? O serve a rassicurare me adulto?
Le basi su cui si costruisce la scrittura — e più in generale l’apprendimento — sono fatte di esperienze concrete, corpo, gioco, relazione, tempo.
Non si tratta di eliminare strumenti, ma di usarli con intenzionalità. Non si tratta di fare meno, ma di fare meglio.
Perché crescere non è una corsa a chi arriva prima. È un percorso che ha bisogno di rispetto, fiducia e coerenza.
Francesca Merlo
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