21 Gennaio 2026

Nell’ultimo periodo il dibattito sulla criminalità giovanile oscilla spesso tra due poli opposti: da un lato l’invocazione di leggi sempre più repressive, dall’altro una fiducia quasi ingenua nell’idea che la violenza sia solo un prodotto della società e non una componente strutturale dell’essere umano.
In mezzo, resta spesso inesplorata una questione decisiva: che fine ha fatto l’educazione all’aggressività?
Secondo molti osservatori, la nostra civiltà fatica ad accettare il dato elementare che la violenza, soprattutto nei giovani, non nasce solo da disagio sociale o marginalità, ma anche da un’esuberanza fisiologica, da un bisogno di misurarsi, di confrontarsi, di incarnare il proprio corpo. Gli antichi lo sapevano bene e non cercavano di negare questa forza: la incanalavano, le davano forma e senso.
Ne parliamo con Luca Negri - scrittore,saggista, storico dell’esoterismo e docente (in passato anche in una delle realtà pedagociche Waldorf a Torino) - che da anni si interroga criticamente sulle grandi questioni dell’educazione contemporanea.
Assolutamente sì. Il nostro errore principale è pensare di poter eliminare la violenza per decreto o con qualche ora di educazione civica.
È un approccio profondamente irreale.
Gli antichi, da questo punto di vista, erano molto più onesti di noi: riconoscevano che l’aggressività è una forza naturale, cosmica direi, incarnata simbolicamente da Ares o Marte. Non cercavano di cancellarla, ma di educarla.

Oggi la rimuoviamo. Fingiamo che non esista o che sia solo il prodotto di “cattive influenze".
Poi ci stupiamo se esplode in forme scomposte: ultras, baby gang, maranza. Da un lato leggi repressive, dall’altro un bla bla rousseauiano sull’uomo naturalmente buono corrotto dalla società.
Ma chiunque lavori quotidianamente con ragazzi tra gli 11 e i 18 anni sa che non è così semplice.
Vedo un bisogno fortissimo di contatto fisico, anche ma non necessariamente violento. Un bisogno di misurarsi, di testare la propria forza, di capire i propri limiti e quelli dell’altro. È particolarmente evidente nei giovani maschi, ma non solo.
È energia in eccesso, energia vitale. Se non le dai una forma, se non le dai un linguaggio, quella forza trova comunque una via d’uscita.

Avevano almeno il coraggio di guardare la realtà. La guerra, con tutte le sue tragedie, era anche un dispositivo sociale per incanalare la marzialità. Oggi, giustamente, non possiamo pensare di educare i giovani alla guerra, ma possiamo recuperare l’idea che l’aggressività vada trasformata, non negata.
Con il corpo, prima di tutto. Io credo che a scuola dovrebbero esserci pratiche come la lotta greco-romana o le arti marziali. Non per “sfogare” la violenza in modo caotico, ma per imparare l’autocontrollo, il rispetto dell’avversario,la responsabilità delle proprie azioni. In un combattimento regolato impari subito che ogni gesto ha una conseguenza.
Ovviamente tale educazione marziale andrebbe accompagnata ed equilibrata da altre attività fisiche: lavoro manuale, giardinaggio.
E soprattutto il teatro, che insegna a mettersi nei panni degli altri, a “sentire” gli altri, rispettare i ritmi, le pause, ad aspettare il proprio turno prima di parlare. L’arte drammatica è vera educazione al sentimento, non astratta.
Elementi basilari di arti marziali e recitazione dovrebbero essere curriculari, con possibilità di approfondimento per gli allievi che lo desiderano o nel caso genitori e docenti li ritengano necessari, direi terapeutici.

Lezioni teoriche sulla nascita dell’ONU, sulla cittadinanza globale, sulla pace astratta. Tutti contenuti anche nobili, ma completamente scollegati dall’esperienza concreta di un adolescente.
È come voler educare alla musica parlando solo di teoria, senza mai far suonare uno strumento.
Rischia quello che stiamo già vedendo: una perdita del senso della realtà.
Una civiltà che non riconosce le forze fondamentali dell’umano è una civiltà fragile.
Non è diventando ciechi che si elimina il pericolo. È necessario guardarlo in faccia e dargli una forma.
Grazie Luca!
Francesca Merlo
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